Sedi e sfratto 98 del Giardino.
scarica qui i due pdf: Giardino storia sfratto Giardino nomade da piazzaciompi
Lotta per una sede del Giardino dei Ciliegi
(sfratto 17/09/1998)
Traccia per il 9 maggio 2026 “Narrazioni femministe”
Dopo le riunioni nel 1986 di gruppi legati alla “Carta delle donne comuniste” (dove si affermava “dalle donne la forza delle donne”), l’associazione è costituita il 10 novembre 1987 ma inizia ad operare nel giugno 1988 con la sede ottenuta al primo piano della Casa del popolo Buonarroti in piazza Ciompi ed un suo Statuto. Quasi tutte venivano dalla’ doppia presenza’, nel partito e nel movimento femminista, con il desiderio di partire da sé portando la coscienza dell’inviolabilità del proprio corpo sessuato. Un giorno, di cui non posso scrivere al presente, i ciliegi saranno fioriti”, scrive Christa Wolf (1987) dopo la catastrofe ecologica di Cernobyl, cercando di affrontare l’angoscia del futuro e immaginare un mondo differente. Da qui nasce l’associazione: un luogo, un progetto per contribuire alla diffusione del pensiero e delle pratiche femministe, per creare un dialogo fra diversità.
Per il contesto e per capire le vicende successive, va considerato che Il 21 giugno 1988 Achille Occhetto diventa segretario del P.C.I., succedendo ad Alessandro Natta, dimissionario. Occhetto dichiara subito la sua volontà di cambiare nome al partito, in quell’operazione chiamata : svolta della Bolognina ( 12 nov. 1989). partecipando come ospite in occasione della commemorazione di una battaglia partigiana, venne invitato a porgere un saluto e lui, senza consultare il partito, disse che il Partito Comunista Italiano doveva cambiare nome ed ideologia, visto che tre giorni prima era caduto il Muro di Berlino. Al XIX congresso il 7/03/1990 si intensificano gli scontri che condurranno il partito a sciogliersi (3/02/1991) e a dividersi tra PDS e Rifondazione comunista. Questi scenari si riflettono con lacerazioni sulla vita dell’associazione e alcune donne si allontanano, ma il Giardino continua a vivere con le donne che continuano a dirsi comuniste e con le tante appartenenti ad una area della sinistra non partitica.
Sorge ben presto per il Centro il problema
connesso alla sede. Il P.C.I. versa in gravi difficoltà economiche e vende la struttura che aveva accolto il Giardino dei Ciliegi: la storica casa del Popolo Buonarroti. La Repubblica (8-9 settembre 1991) riporta l’appello «Il Giardino dei Ciliegi, un bene che ha un ‘altro’ prezzo»: «un bene delle donne e un bene della città rischia di essere venduto – sottolineano le donne del Giardino – ma non ci arrendiamo al fatto che tutto quello che è stato costruito con fatica, intelligenza e passione da tante, possa essere classificato come ‘appetibile particella catastale’». «L’odissea del Giardino inizia quando l’immobiliare del PDS, proprietaria del palazzo di piazza Ciompi, a seguito del dissesto finanziario del partito, finisce nelle mani di un commissario liquidatore» (L’Unità 5.5.1999). Io lavoravo all’Accademia della Crusca/Consiglio nazionale delle ricerche e questo dava fiducia al commissario così divenni l’interlocutrice. Quanti giorni di ferie usati per incontrarlo!!!!!
E si inizia ad andare al Consiglio comunale chiedendo appuntamenti (sindaco Primicerio) o creando forme di protesta……
In un primo momento l’idea è di spostarsi al pianterreno di Piazza dei Ciompi 11, affrontando le spese e i disagi della ristrutturazione. Per questo, le donne per cui il Giardino rappresenta un bene a cui non voler rinunciare sono chiamate a sostenere l’Associazione, perché possa sopravvivere in un altro luogo. Sono necessari centocinquanta milioni di lire e come scrive Mara Baronti – nuova presidente dal 24.11.1992 su proposta di Scarpellini per un avvicendamento nella carica – in una lettera all’allora sindaco Giorgio Morales: «per vincere la sfida che abbiamo di fronte – raccogliere centocinquanta milioni per la nuova sede – non bastano le nostre sole forze. Abbiamo bisogno di concreta solidarietà».
Per trovare i fondi necessari molte sono le iniziative, per esempio una kermesse comica: La notte di Santa Lucia con Katia Beni, Nicoletta Boris, Lucia Cappelli e Diego Carraresi, Athina Cenci, Sonia Grassi, Anna Meacci, Lucia Poli, Chiara Riondino, Lucia Vasini, Paolo Hendel e Elle Kappa, organizzata dal Teatro Puccini a Firenze, il tredici dicembre del 1993 (cfr. fotocopia volantino). Nel gennaio 1994 il maestro GiaMPAOLO Montoni suona per noi il Carnaval Op. 9 di Schumann con una lettura psicoanalitica.
Dacia Maraini insieme a molte altre artiste, intellettuali e donne in politica, esprimono in molteplici forme il loro sostegno al Giardino, promuovendo la raccolta fondi che funziona. Ma nel 1994 sfuma la possibilità di trasferirsi al piano terra di piazza dei Ciompi e occorre cercare un’altra sede adatta. Alcuni Annuari testimoniano i nostri sforzi…
In una conferenza a Rai3 Mara Baronti insieme a Dacia Maraini espone i problemi del Giardino per la decisione del PDS di vendere l’immobile di piazza Ciompi; il tesoriere ha addirittura parlato, paradossalmente, di un «immobile inutilizzato»! (cfr. Il Paese delle donne, dicembre 1994: «Un luogo, un progetto: il Giardino deve vivere»). Se è vero – sottolinea Dacia Maraini – che gli spazi di aggregazione costituiscono il tessuto connettivo della città, chiuderli significa privare la comunità di un patrimonio.
Nell’annuario del 1995-96 scriviamo che “la lunghissima, defatigante questione della sede tocca un punto di crisi. Stiamo sperimentando tutte le possibili strade per risolverla. Abbiamo fiducia che il riconoscimento del bene costituito dal Giardino per le donne e per la città avrà la meglio sulle logiche di mercato”.
Nell’annuario del 1996-97 diciamo che qualcosa si sta muovendo per la sede, facendo presente che nei tanti incontri con le istituzioni chiedevamo garanzie non solo per la nostra sopravvivenza ma spazi anche per le altre associazioni, nella convinzione che queste costituiscono veri e propri investimenti produttivi per la vita della città. Ci sentiamo spesso – notavamo – trattate come interlocutrici fastidiose e ingombranti, ma “rivendichiamo il nostro diritto ad esserlo perché siamo ‘altro’ rispetto a un corpo politico sempre più autoreferenziale” (cfr. Annuario 197/98).
La situazione è molto complessa, fra banche, società immobiliare, partito e Casa del Popolo. In un primo momento il Comune di Firenze indica possibili luoghi, ma a novembre del 1997, a pochi mesi cioè dall’attuazione dello sfratto intimato al Centro Ideazione Donna, le proposte decadono.
In un comunicato stampa del 22 novembre le donne del Giardino segnalano che «la permanenza nel luogo dove siamo nate ha ormai i mesi contati» e chiedono sostegno. Ormai sono anni che le donne del Giardino dei Ciliegi lottano per la sopravvivenza dell’Associazione, La ricerca continua con un altro appello alla cittadinanza: alle istituzioni come alla società civile. Il 14 maggio 1998 si svolge una serata per il Giardino in cerca di una nuova sede: la giornalista e scrittrice Anna Maria Mori incontra Dacia Maraini a proposito del libro E tu chi eri? Rispondono così all’appello del Giardino in vista dello sfratto incombente senza la possibilità di un’altra sede.
in data 17 settembre 1998 la popolazione fiorentina viene invitata con un comunicato «Il Giardino vive-Lunga vita al Giardino» a manifestare contro lo sfratto indetto in quella data dalla proprietà e comunicato dall’Ufficiale Giudiziario. In quella giornata di solidarietà con il Giardino,
si ha il presidio di protesta per lo sfratto esecutivo, arrivano amici e amiche, consiglieri e consigliere comunali, giornalisti/e e numerosi sono gli attestati di sostegno da parte delle forze politiche, da riviste femministe come Lapis e LeggereDonna, da associazioni e gruppi fiorentini e nazionali quali l’Unione Femminile nazionale di Milano, l’Archivio diaristico di Pieve S. Stefano, da personalità come Piera Degli Esposti, Rosetta Loy, Lucia Poli, Margherita Hack, Lidia Menapace, Lella Costa e tante altre. (cfr.annuario e foto).
E’ un momento di grande tensione politica: Eravamo pronte a tutto, a legarci ai mobili ed altro pur di non lasciare la sede senza garanzie! Eravamo arrabbiate ed emozionate ma ci sentivamo sostenute dai tanti amici e compagne/amiche ed eravamo decise a non arrenderci (per me, come per altre, ancora un giorno di ferie dedicato al Giardino)!
questa è la foto relativa all’inizio del presidio…..E il Paese delle donne…
MA la manifestazione riesce e lo sfratto è posticipato al 15 gennaio del 1999, tuttavia alla fine del mese di giugno del 1999 il Centro deve comunque lasciare la casa del popolo Buonarroti: si tratta di un luogo storico, dal forte valore anche simbolico, era stata la casa del Ghiberti, centro operativo della Resistenza e poi luogo di incontro dei movimenti femministi. Oltre a essere un punto di riferimento per l’esperienza culturale e politico-organizzativa dell’area fiorentina, la Casa del Popolo Buonarroti giocò un ruolo di primo piano nel novembre 1966, nei giorni dell’alluvione di Firenze: fu qui, infatti, che venne allestita una grande mensa per gli “Angeli del fango” e la Casa del Popolo, grazie all’impegno dei soci e di tanti studenti divenne il Centro di Soccorso del quartiere di Santa Croce.
E meno male che non riuscì il tentativo di cambiare la destinazione d’uso per farci un ristorante!!!!! Comunque tornado dopo del tempo in quel luogo per gli uffici Arci il groviglio di sentimenti è stato forte e mi ha fatto molto effetto….
L’Associazione, se esce sconfitta in parte per non aver potuto mantenere quella sede così importante dal punto di vista simbolico nonostante gli anni d’impegno in tale direzione, può però anche felicitarsi per la solidarietà ricevuta e per essere riuscita a garantirsi la sopravvivenza e la propria autonomia: dopo estenuanti incontri, il Comune riconferma la nuova sede in via dell’Agnolo, 5, quella attuale, con l’assegnazione provvisoria (e affitto da pagare) presso le Oblate in via S. Egidio 21. Per via dell’Agnolo si tratta di locali interamente da ristrutturare e i tempi per l’agibilità si prevedono lunghi.
Ci saranno successivi problemi, ma questa è un’altra storia come si diceva nel film “Irma la dolce” (Billy Wilder 1963)….
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Dopo le riunioni nel 1986 di gruppi legati alla “Carta delle donne comuniste”, l’associazione è costituita il 10 novembre 1987 ma inizia ad operare nel giugno 1988 con la sede ottenuta al primo piano della Casa del popolo Buonarroti in piazza Ciompi ed un suo Statuto. Nel 1998, dopo varie difficoltà per la sede e conseguenti incontri con il Comune, in seguito allo sfratto per la vendita dell’immobile (problemi del PCI), si trasferisce provvisoriamente alle Oblate in via S. Egidio.
Riesce ad avere un’assegnazione definitiva in via dell’Agnolo dove si sistema (con una convenzione col Comune triennale per l’affitto),una volta terminati i lavori edilizi, alla fine del 2004 e riprende le iniziative nei primi mesi del 2005.
“Sarà il Centro Ideazione Donna”. Apre giovedì alle 18,00 in piazza dei Ciompi 11, l’ormai nota Casa del popolo Buonarroti”: così si leggeva su L’Unità del 7 giugno 1988.
Il 21 giugno 1988 Achille Occhetto diventa segretario del P.C.I., succedendo ad Alessandro Natta, dimissionario. Occhetto dichiara subito la sua volontà di cambiare nome al partito, in quell’operazione chiamata : svolta della Bolognina. Al XIX congresso il 7/03/1990 si intensificano gli scontri che condurranno il partito a sciogliersi (3/02/1991) e a dividersi tra PDS e Rifondazione comunista. Questi scenari si riflettono con lacerazioni sulla vita dell’associazione e alcune donne si allontanano, ma il Giardino continua a vivere con le donne che continuano a dirsi comuniste e con le tante appartenenti ad una area della sinistra non partitica.
Sindaci a Firenze in quel periodo:
- Matteo Renzi (2009 – 2014)
- Leonardo Domenici (1999 – 2009)
- Mario Primicerio (1995 – 1999)
- Giorgio Morales (1989 – 1995
Dal giugno 1998 lo sfratto che ci obbligava a lasciare la storica sede di Piazza dei Ciompi, diventa esecutivo. Da due anni il Comune prometteva una sistemazione nell’ambito del patrimonio abitativo pubblico, ma nulla. Perciò il 17 settembre, dopo aver inviato un appello al mondo della cultura dello spettacolo e delle forze politiche ed aver ricevuto messaggi di solidarietà,un presidio per aspettare l’ufficiale giudiziario (con cui io mantenevo i contatti) fin dalle 8 del mattino con tante donne e uomini. La proroga ci viene concessa fino al 15 gennaio (sindaco Primicerio) ed a novembre la notizia della delibera della Giunta comunale che ci assegna una sede in via dell’agnolo 5, da ristrutturare: il Giardino vive, lunga vita al Giardino. Nell’attesa l’assegnazione provvisoria di un loc
ale presso l’ex convento delle Oblate in Sant’Egidio 21.
Cfr. per le vicende gli editoriali dell’Annuario dal 1991 al 2004.
Sfogliando l’Annuario del Giardino
Dalla Storia del Giardino:
Proprio in occasione del quinto anno sorge per il Centro il primo problema
connesso alla sede. Il P.C.I. versa in gravi difficoltà economiche15 e
vende la struttura che aveva accolto il Giardino dei Ciliegi: la storica casa
del Popolo Buonarroti. La Repubblica (8-9 settembre 1991) riporta l’appello
«Il Giardino dei Ciliegi, un bene che ha un ‘altro’ prezzo»: «un bene
delle donne e un bene della città rischia di essere venduto – sottolineano le
donne del Giardino – ma non ci arrendiamo al fatto che tutto quello che
è stato costruito con fatica, intelligenza e passione da tante, possa essere
classificato come ‘appetibile particella catastale’». «L’odissea del Giardino
inizia quando l’immobiliare del PDS, proprietaria del palazzo di piazza
[13 Nicchi M., I nostri primi quattro anni, in Notiziario mensile del Giardino dei Ciliegi,
anno II, n° 6, 1992, p. 1.
14 Ivi, p. 2.
15 Durante la riunione del direttivo il 31/01/1991 era stato detto che la federazione del
PCI aveva problemi economici e che il Giardino era un ‘’luogo a rischio’’.]
Ciompi, a seguito del dissesto finanziario del partito, finisce nelle mani di
un commissario liquidatore» (L’Unità 5.5.1999).
[
Il Partito Comunista Italiano (PCI) si è trasformato ufficialmente nel Partito Democratico della Sinistra (PDS) il 3 febbraio 1991, durante il XX Congresso tenutosi a Rimini. Questo evento ha segnato la fine del PCI, avviata dalla “svolta della Bolognina” proposta da Achille Occhetto nel novembre 1989. ]
In un primo momento l’idea è di spostarsi al pianterreno di Piazza dei Ciompi 11, affrontando le spese e i disagi della ristrutturazione. Per questo,
le donne per cui il Giardino rappresenta un bene a cui non voler rinunciare
sono chiamate a sostenere l’Associazione, perché possa sopravvivere in un
altro luogo. Sono necessari centocinquanta milioni di lire e come scrive
Mara Baronti – nuova presidente dal 24.11.1992 su proposta di Scarpellini
per un avvicendamento nella carica – in una lettera al sindaco Giorgio
Morales: «per vincere la sfida che abbiamo di fronte – raccogliere centocinquanta
milioni per la nuova sede – non bastano le nostre sole forze. Abbiamo bisogno di concreta solidarietà16».
Immediatamente viene messa in campo una sottoscrizione per raccogliere i fondi necessari. Nell’invito promosso per sollecitare gli aiuti al Giardino è evidenziato che il Centro nei cinque anni della sua attività è diventato un luogo in cui lasciare il proprio
segno, riscoprire il senso di una progettualità comune, lo scambio, il
piacere della forza della relazione. Firenze e il suo centro storico sarebbero
diventati ancora più poveri di occasioni di incontri, di socialità, senza il
Centro IdeAzione Donna ed avrebbero perduto un patrimonio di pensiero
e di pratica femminile. L’Annuario del 1992-93 Titola l’appello:” Un bene dele donne, un bene della città. Sottoscrivi per salvarlo”.
Per trovare i fondi necessari molte sono le iniziative, per esempio una kermesse
comica: La notte di Santa Lucia con Katia Beni, Nicoletta Boris, Lucia
Cappelli e Diego Carraresi, Athina Cenci, Sonia Grassi, Anna Meacci,
Lucia Poli, Chiara Riondino, Lucia Vasini, Paolo Hendel e Elle Kappa,
organizzata dal Teatro Puccini a Firenze, il tredici dicembre del 1993. Dacia
Maraini insieme a molte altre artiste, intellettuali e donne in politica,
esprimono in molteplici forme il loro sostegno al Giardino, promuovendo
la raccolta fondi.
Mentre la ricerca di denaro prosegue con buoni risultati, grazie all’importanza
che ormai il luogo riveste per la città di Firenze ed alla grande
mobilitazione messa in atto dalle donne del Giardino dei Ciliegi, con iniziative
di sostegno, fra cui, in particolare, il concerto del musicista Giampaolo
Muntoni, la questione della sede invece si complica: nel 1994 sfuma
infatti la possibilità di trasferirsi al piano terra di piazza dei Ciompi
e diventa necessaria la ricerca di una sede dotata dei requisiti necessari
a non snaturare l’identità del Giardino.
In una conferenza a Rai3 Mara Baronti insieme a Dacia Maraini espone i problemi del Giardino per la decisione del PDS di vendere l’immobile di piazza Ciompi; il tesoriere ha
addirittura parlato, paradossalmente, di un «immobile inutilizzato»! (cfr.
Il Paese delle donne, dicembre 1994: «Un luogo, un progetto: il Giardino
deve vivere»). Se è vero – sottolinea Dacia Maraini – che gli spazi
di aggregazione costituiscono il tessuto connettivo della città, chiuderli
significa privare la comunità di un patrimonio: «Lo spazio fisico e simbolico
del Giardino ha favorito una citrcolarità di saperi e di esperienze
fra donne perchè le differenze in termini di età, di status professionale,
di culture nella relazione coabitano e consentono un reciproco arricchimento
[…]. Si può così far vivere nel discorso e nelle pratiche l’amicizia/
relazione femminile, sospesa fra autonomia e attaccamento, differenziazione
e connessione, per elaborare saperi altri rispetto a quelli egemoni e
per fare politica in modo diverso17».
La situazione è molto complessa, fra banche, società immobiliare, partito e
Casa del Popolo. In un primo momento il Comune di Firenze indica possibili
luoghi, ma a novembre del 1997, a pochi mesi cioè dall’attuazione
dello sfratto intimato al Centro Ideazione Donna, le proposte decadono.
In un comunicato stampa del 22 novembre le donne del Giardino segnalano
che «la permanenza nel luogo dove siamo nate ha ormai i mesi contati»
e chiedono sostegno. Ormai sono già cinque anni che le donne del Giardino
dei Ciliegi lottano per la sopravvivenza dell’Associazione, del Centro,
di un luogo di relazione che aveva già accolto moltissime donne, entrando
nella loro vita e in quella della città: non si arrendono neanche di fronte a
questa ennesima difficoltà.
La ricerca continua con un altro appello alla cittadinanza: alle istituzioni
come alla società civile. Il 14 maggio 1998 si svolge una serata per il Giardino
in cerca di una nuova sede: Anna Maria Mori incontra Dacia Maraini
a proposito del libro E tu chi eri? Le due scrittrici, amiche dell’associazione,
hanno risposto all’appello del Giardino in vista dello sfratto incombente
senza la possibilità di un’altra sede.
Il Comune nel luglio del 1998, dopo varie trattative ed incontri, assegna
un’altra sede (via dell’Agnolo, n.d.r.), ma da ristrutturare: il Centro ha
quindi bisogno di una sede provvisoria, per non interrompere le attività
dell’Associazione, mettendo a rischio la sua stessa sopravvivenza. Per que-
17 C. Barbarulli, « Un luogo un progetto : il Giardino dei Ciliegi vive », Il Paese delle donne,
dicembre 1994.
21
sto, in data 17 settembre 1998 la popolazione fiorentina viene invitata
con un comunicato «Il Giardino vive-Lunga vita al Giardino» a manifestare
contro lo sfratto indetto in quella data dalla proprietà e comunicato
dall’Ufficiale Giudiziario. In quella giornata di solidarietà con il Giardino,
con il presidio di protesta per lo sfratto esecutivo, arrivano amici e amiche,
consiglieri e consigliere comunali, giornalisti/e e numerosi sono gli attestati
di sostegno da parte delle forze politiche, da riviste femministe come
Lapis e LeggereDonna, da associazioni e gruppi fiorentini e nazionali quali
l’Unione Femminile nazionale di Milano, l’Archivio diaristico di Pieve S.
Stefano, da personalità come Piera Degli Esposti, Rosetta Loy, Lucia Poli,
Margherita Hack e tante altre.
La manifestazione riesce e lo sfratto è posticipato al 15 gennaio del 1999,
ma alla fine del mese di giugno del 1999 il Centro deve comunque lasciare
la casa del popolo Buonarroti: si tratta di un luogo storico, dal forte valore
anche simbolico, era stata la casa del Ghiberti, centro operativo della Resistenza
e poi luogo di incontro dei movimenti femministi. L’Associazione,
se esce sconfitta in parte per non aver potuto mantenere quella sede così
importante dal punto di vista simbolico nonostante gli anni d’impegno in
tale direzione, può però anche felicitarsi di essere riuscita a garantirsi la sopravvivenza
e la propria autonomia: dopo estenuanti incontri, il Comune
riconferma la nuova sede in via dell’Agnolo, 5, quella attuale, con l’assegnazione
provvisoria (e affitto da pagare) presso le Oblate in via S. Egidio
21. Per via dell’Agnolo si tratta di locali interamente da ristrutturare e i
tempi per l’agibilità si prevedono lunghi.
Dopo la delibera della Giunta municipale (6/11/1998 n. 1764/1477) che
assegna ufficialmente al Giardino l’immobile in via dell’Agnolo 5, i problemi
non finiscono perchè l’Assessorato al patrimonio non abitativo vuole
chiedere un affitto improntato ad una valutazione di mercato, perciò il
Giardino rinuncia ai piani superiori tenendo solo il pianterreno sostenendo
comunque l’impossibilità di adeguarsi ai prezzi di mercato.
Dall’annuario del 1998/1999 in cui sono raccontate queste vicissitudini,
vengono proposti un appello di sostegno al Giardino per le nuove spese da
affrontare, nonché un impegno per il nuovo corso: «continueremo con la
forza che caratterizza le donne a far vivere il Giardino dei Ciliegi, creeremo
un altro luogo di relazione e di comunicazione; uno spazio da riempire con
suoni, parole, fantasia e colore […] E, oggi come allora, il Giardino apparterrà
a chi vi agisce e pensa; un luogo-giardino voluto per stare insieme e
per gridare al mondo, come ci ha insegnato Christa Wolf, che ‘’tra uccidere
e morire c’è una terza via: vivere’’ 18».
Dal 1999 al 2004 il Centro IdeAzione Donna avrà la sua sede in via
Sant’Egidio sopra la Biblioteca comunale. Nell’Annuario 1998-1999 si
legge: «stiamo vivendo con slancio questa stagione di transizione. Fin da
settembre, subito dopo la pausa estiva, è ricominciata non solo la programmazione
dei corsi ma anche l’organizzazione di incontri che riuniscano
a temi di riflessione e ad occasioni di intrattenimento
inducendole a far proprio il nuovo luogo come lo era quello che abbiamo
lasciato». Negli anni della sede provvisoria nell’exconvento delle Oblate,
un luogo bellissimo, nonostante le troppe scale e i costi sostenuti dall’Associazione
per la sede, le donne del Giardino continuano con tenacia la
loro attività. Vengono invitate scrittrici, artiste, teoriche del femminismo,
donne straniere, per discutere e riflettere insieme di politica, di guerra, di
economia: «il progetto continua».
IN una lettera al Manifesto del 22 dicembre 2004 si annuncia di essere nella nuova sede di via dell’Agnolo, “dopo varie difficoltà e peripezie ancora non superate”: la nostra voce è importante perché così, con altre associazioni e gruppi, la città può avere quel necessario tessuto umano-politico-sociale, fatto di incontri di pratiche, di diversità, di relazioni, in contrasto con i processi crescenti di marginalizzazione e di esclusione dove manca sempre di più la socialità, l’ascolto, l’accoglienza”.
Giardino Nomade da piazzaciompi
Per il quarto ciclo di incontri sulla città al Giardino dei Ciliegi, 29.11.2008
Un’associazione nomade fra spazi, pratiche e culture nella morsa del tempo
di Clotilde Barbarulli, Anna Biffoli, Sandra Cammelli, Silvia Porto (Giardino dei Ciliegi)
[Tante volte nei nostri Annuari, con Mara ed altre amiche, si è parlato del nomadismo praticato del Giardino: oggi intendiamo offrire il nostro sguardo sul percorso di vent’anni fra strade, piazze e tematiche, per provare a rispondere alle domande delle più giovani di “Ipazia”, Sara e Viviana, alle quali dedichiamo questa narrazione.]
Una piazza, un luogo, micro e macrostoria, topografia della realtà e dell’immaginario….una Loggia del pesce disegnata dal Vasari e trasportata da altrove, un mercatino di oggetti antichi, una fioraia dalla simpatica creatività, pietre e scenari che rimandano ad un fuori testo: nell’oggi, dove spesso le parole perdono la loro dimensione simbolica, svincolate da ogni coinvolgimento emotivo, la realtà rischia di divenire afasica e le cose non raccontano nulla più di loro. Ma quando un luogo è stato intensamente, per anni, attraversato dalla relazione, allora diventa espressione dell’essere nel mondo. Ora le pietre di un palazzo che guarda la piazza, ospitano gli uffici di un’associazione, anche una sala data per riunioni …ma, ma.. questa è un’altra storia, come si filosofeggiava nel film di Billy Wilder “Irma la dolce”.
Siamo andate per tanti anni, tutti i giorni, in piazza Ciompi a Firenze, ed erano familiari il mercatino, il forno, l’erboristeria, fino al grande portone del palazzo che al n.11 ospitava un’esperienza di vita partecipata (musica, letture, spettacoli, discussioni), in opposizione all’appiattimento sul piano del linguaggio capitalistico, un’esperienza che incrinava la grammatica della lingua dominante, eccedendo e confliggendo con i luoghi comuni e la logica dei poteri. Quel luogo appare ora risucchiato in un mercato anche delle culture diverse, non più la forma di un’accoglienza in cui le differenze sono messe in scena nel conflitto e nel confronto.
Quel quotidiano articolato e intenso si svolgeva all’associazione Il Giardino dei Ciliegi a partire dal 1988, sopra quell’altro quotidiano più antico della Casa del popolo, entrambi, in forme diverse, laboratori di pratiche politiche: un’immagine cara che ora posso vedere solo con gli occhi della memoria o in qualche vecchia foto. Il femminismo degli anni ’70 aveva preparato il terreno di riflessione e pratica fra donne. Per quanto ci riguarda, abbiamo incontrato il femminismo in vario modo, attraverso letture di narrativa e saggistica (da Virginia Woolf al manuale “Noi e il nostro corpo, scritto dalle donne per le donne” del 1971), poi le manifestazioni e soprattutto la questione dell’aborto, radice prima, pratica e teorica, della differenza sessuale. Parlare di autodeterminazione e di libertà femminile, a proposito dell’aborto, non ha voluto affermare – come a volte si dice nei cortei – “la libertà di abortire”, che è una definizione impropria dell’esperienza, prima ancora che impropria giuridicamente ed eticamente. E’ stata piuttosto la consapevolezza che si è esercitata anche e molto nella presa di coscienza sull’aborto e sulla sessualità, grazie a Carla Lonzi. E’ una libertà di significazione che resta, anche se si fanno altre scelte di orientamento sessuale, anche se, col passar degli anni, come dice Anna, insorgono diversi problemi legati al corpo e al destino di invecchiamento. L’essere autentica e libera nelle relazioni sentimentali,e, quando è necessario, il saper configgere fino a poter dire – con le parole di Carla Lonzi – Vai pure, uomo o donna che sia, ci è sembrato – e ci sembra – un diritto/dovere che riguarda tutte noi: etero, lesbo, trans.
Come recita una poesia di Sandra,
“Ho attraversato la notte
e il buio voleva acchiapparmi.
Ho camminato sull’orlo del cratere
E il gelo della sua morte voleva portarmi con sé.
Ho perduto il sentiero mentre correvo nel bosco
E il groviglio dei rami
Voleva che fossi parte del suo magma.
Un serpente mi ha accompagnato fino al mare
Dove ho visto l’onda schiudersi in mille altre onde”.
Per questo, se le strade di una presa di coscienza potevano essere tante, erano tuttavia strade
che portavano a stare fra donne perché erano troppo forti il bisogno e il desiderio di collegare i fili delle proprie esistenze, singolari e collettive, l’esigenza di avere uno spazio autonomo dal quale riprendere in mano i legami ed i conflitti tra donne, e con gli uomini, com i partiti, con la politica ufficiale.
Certo, i ricordi suscitano emotività, ma, quando ci troviamo a ripassare in quella piazza, avvertiamo lo scarto perché ogni luogo è animato dai movimenti e dalle pratiche, politiche e affettive, di chi lo abita e lo attraversa: la prima volta che siamo dovute tornare [Clotilde e Sandra] – per dei documenti – nelle ‘nostre’ stanze, ora suddivise in tante scatolette/uffici, abbiamo provato un magone, un senso di rabbia per le cause del cambiamento, per i meccanismi economico-politici che hanno determinato la trasformazione. Non ha senso rimpiangere un passato, anche perché il Giardino ha continuato a vivere e ora compie vent’anni, ma è importante ricordare – di fronte ai sempre più ampi varchi d’oblio – che quel nostro trasferimento, quel cambiamento significava cercare di demolire modi di vita alternativi, strategie di resistenza individuali e collettive: perciò desideriamo provare a fermare nella scrittura – rispetto al mutamento regressivo dell’oggi – un momento di grande fermento, un’immagine underground in una Firenze attualmente sopraffatta da un turismo pilotato solo verso il consumo, dalle speculazioni, dal sentire razzista, dagli affari. “La città senza la sua mappa emotiva, senza legami…si svuota di significato” (Ubah Cristina Ali Farah): perciò certi luoghi, in quanto scena della nostra ed altrui esistenza, sono parte inscindibile della ricostruzione mnemonica del vissuto, altrimenti siamo inenarrabili. Quando ogni pietra ha una sua storia, i ricordi permettono di ri-percorrere uno spazio, di ri-attraversare il tempo, difendono le parole dal vento che vorrebbe disperderle e lo fanno perché sanno che esisteranno finché resistono le parole. Oggi “underground” non significa forse solo segreto, clandestino, sotterraneo, ma soprattutto cancellato, sepolto. Oggi che un’intera storia è travolta da venti, tempeste e terremoti, è necessario scavare in verticale come fanno il geologo e l’archeologo. Un’archeologia della memoria per riportare alla vista quello che era sepolto nel tempo e nello spazio, indispensabile per la nostra stessa sopravvivenza. Solo così si può stare nel presente con sguardo critico, per vederne sfaccettature e crepe, nella consapevolezza che una città ha bisogno di luoghi di riferimento, di punti d’ incontro per permettere a donne e uomini di leggere il territorio.
La città è il nostro spazio e non ne possediamo altri, scrive Perec, ma quando un luogo urbano diventa veramente nostro? Nonostante l’accanimento con cui politici e urbanisti hanno cercato (e cercano) di cancellare il segno dal territorio, ci sono luoghi d’incontro là dove i corpi sanno del divenire e delle passioni. Lo era quella piazza con la Casa del popolo (in cui si sostava per parlare del quotidiano e della politica, in cui si discuteva e non si faceva ‘bingo’, una vera palestra di confronto fra generazioni) e con il Giardino percepito e vissuto come spazio pubblico relazionale, perché offriva appunto un luogo d’approdo della socializzazione, una modalità alternativa. Christa Wolf dopo Chernobyl, in “Guasto” scrive: ”Un giorno di cui non posso scrivere al presente, i ciliegi saranno fioriti”: il Giardino dei Ciliegi – che da quella perdita e da quella speranza prende nome – crocevia di esperienze, pratiche ed elaborazioni, sembrava delinearsi come un altro mondo possibile. Per tutto questo si poteva dire, come già Elsa Morante per piazza Navona, che quei luoghi erano ‘casa’ dove riprendere fiato ed energia immergendosi “nel dolce rumore della vita” che l’attraversava. Ed infatti anche la storica Casa del popolo Buonarroti, che nei giorni dell’alluvione del 1966 si era trasformata in rifugio, mensa per gli Angeli del fango (le stesse e gli stessi giovani che – e lo si dimentica volutamente – faranno il ’68), sarà poi luogo di incontri del movimento delle donne.
La Casa del popolo chiuderà per problemi economici legati al Partito Comunista Italiano, nello svuotamento di contenuti ed ideali, non darà più spazio alle voci del quartiere, ma le stanze del Giardino continueranno ancora a ’vivere’ di allegria, polemiche, riflessioni: i suoi suoni e le luci saranno le sole a risplendere nell’androne ormai vuoto del palazzo. Chissà cosa avrà provato il vecchio edificio? Forse è solo nella poesia, nelle quartine di vignette di Charlie Brown, che un palazzo può aprirsi a vibrazioni emotive. Alle parole di Sally, infatti, le mura scolastiche rispondono con amore: ed a noi cosa avrebbe voluto dire il palazzo quando poi – fra voci di speculazioni varie – dobbiamo lasciare i locali, proprietà dell’ex-PCI? Si trasloca tuttavia – nonostante pressioni, ufficiali giudiziari e polizia – solo quando, dopo proteste di vario genere insieme a numerose forme di solidarietà, si ha l’assicurazione di un luogo destinato dal Comune (al tempo del sindaco Primicerio): così dopo un bel transito alle Oblate, eccoci in via dell’Agnolo, in una vecchia rimessa del complesso delle Murate, restaurata anche se con problemi tecnici strutturali, ma con ancora l’energia dei tempi lontani – “la stessa voglia di cercare, trovare, non cedere”, come dice il poeta – e la passione di fare politica in molteplici forme, in relazione con altre realtà associative della città, con la policromia dei corpi e dei desideri, una realtà considerata sommersa solo da chi non ha a cuore il tessuto connettivo urbano.
Oggi che Firenze è divenuta tristemente famosa per divieti ai lavavetri, divieti a chi chiede l’elemosina, solo divieti ed esclusioni, mai accoglienza, finisce per appiattire – se non cancellare – percorsi identitari e tracce, flussi migratori e micronarrazioni. Si attribuisce così il disagio non alla speculazione edilizia, al traffico, alla precarietà, ai problemi sociali, ma ai diversi, con discorsi ed ordinanze che solleticano i peggiori istinti giocando sulle paure dell’oggi. Si pensa a governare la città rimuovendo umanità, turbolenze, miserie, conflitti, incapaci di confrontarsi con la pluralità del reale e con l’inquietudine di nuovi incontri, ignorando la compresenza di stili di vita, linguaggi, percorsi e saperi differenti. La città ha perso la sua capacità di narrazione poiché si rivela sorda alla polifonia di chi l’abita? La dismisura della città allontana il corpo e l’esperienza sensoriale? Oppure quando ospita luoghi frutto di un mondo politico-relazionale dotato di senso, intelleggibile per chi lo vive, può ancora produrre spazi pubblici d’incontro? Se la città sembra a molti una foresta, in quanto ne possiede il disordine, l’intreccio, la pericolosità, tuttavia una tale metafora può nascondere un’utopia per la contaminazione di lingue e culture. I luoghi infatti non sono separati dalle persone, e donne e uomini sono intessuti dei luoghi che li hanno ospitati: è un intreccio reciproco di senso e di relazione. Vi è una potenza irriducibile dei corpi che consiste nella loro capacità di essere figure del desiderio e quindi capaci di progettualità. Perciò bisogna risignificare la città satura di diverse soggettività residenti e in transito.
Ed è nelle crepe di spazi corrugati, polimorfi e mutevoli dell’orizzonte urbano, in una città reale ed immaginata alla luce di altri ideali (dall’ intercultura, alla pace, al fare-città….), che continua il nostro cammino di donne – in dialogo con altre e altri – contro la perimetrazione degli spazi, contro le logiche di appartenenza identitaria che determinano chiusure e razzismi, visioni egocentriche ed escludenti, per contribuire invece a favorire una città permeabile, intessuta di trame relazionali, attraversata da socialità in movimento, dove le differenze diano luogo a dialogo e non più a processi di emarginazione.
Ci siamo abituate, ogni volta, a “cucirci con ago e filo il perimetro della città” (Elena Ferrante), ma è un confine mobile perché nomadi siamo fra luoghi, culture, realtà, problematiche.
La soglia che ci divide/ci unisce alla strada di via dell’Agnolo non è una barriera, ma si apre ad un cosmo di incontri ed esperienze, si apre a quante/i desiderano fare un’altra plotica, e quella strada su cui non troppo tempo fa si affacciavano le prigioni, si trova ora ad accogliere – come già la piazza dei Ciompi – voci, risate, discussioni appassionate… che continuano ad interrogare un tessuto urbano in trasformazione, attraversato da pluriversi in cammino, un caleidoscopio di desideri e bisogni, ai quali cercare di dare ascolto con parole che la politica istituzionale sembra ormai incapace di articolare.
